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Al Salone del Mobile, tedeschi e olandesi lavorano all'artigiano evoluto

Blog post del 11-04-2014

PRIMA PAGINA! Siamo usciti con un articolo sul Salone del Mobile su Pagina99.

Design / Il Salone del Mobile di Milano è un'occasione per vedere come le università olandesi, inglesi e tedesche stanno lavorando alla creazione di una figura di “artigiano evoluto" capace di interagire sia con filiere industriali che con il computer. Il racconto dall'interno di due designer milanesi.

Il Salone del Mobile
Quest’anno sembra tutto perfetto per continuare il trend positivo degli ultimi anni. Tutto è in fiore e la temperatura ottimale. La 53esima edizione del Salone del Mobile è partita,
la città palpita di eventi disseminati in molti dei suoi quartieri centrali, quasi 1000 eventi. Le strade sono affollate di persone che parlano lingue diverse, i palazzi storici del centro concedono al pubblico spazi meravigliosi insieme alle ancora molte aree dismesse e la Fiera di Rho - luogo del business dei grandi numeri per eccellenza - ha fatto il pieno di aziende che espongono. Milano in primavera diventa bellissima come mai e fino a ora non ha piovuto.

Fuori salone: i design district proliferano
Quest’anno, in aggiunta alle solite zone consolidate, si sono aperti al design nuove territori.
Tutti provano a promuoversi, alcune aree rivendicano un’identità fino ad oggi sconosciuta al popolo del design, un tentativo di brand territoriale diffuso è un’occasione di riqualificazione. Quindi, alla storica Zona Tortona e alle già consolidate Brera Design District e Zona Ventura, si aggiungono le 5Vie, Zona Sant Ambrogio, San Gregorio Docet, Porta Venezia in Design, Sarpi Bridge, mentre altre sono scomparse come Zona Bovisa e Porta Romana Design District.

Devono tutti presentare qualcosa
La sempre più crescente sensazione è che, con il proliferare di tutti questi Design District tutti "debbano esserci a tutti i costi"; spesso gli spazi vengono riempiti di tantissimi oggetti e mobili con poco senso della narrativa e della generale coerenza.
Si passa da location molto belle e ben connotate, come lo Spazio Orlandi che ogni anno riesce a selezionare opere provenienti da tutto il mondo presentandole con grande conoscenza, a “mercatini” distribuiti un po’ in ogni dove. In questi casi è molto evidente che la mano curatoriale non c’è e il gioco non regge più, il quantitativo di prodotti e di disordine visivo confonde e stanca molto. Perfino luoghi ‘sacri’ come la Triennale hanno un po’ perso quello spirito di un tempo che li vedeva aprire le porte del per tracciare lo scenario del momento. Per quest’anno, è anche vero che la mostra curata da Beppe Finessi e allestita da Philippe Nigro per la VII Triennale Design Museum dal titolo Autarchia-Austerità-Autoproduzione, è un ottimo lavoro di assemblaggio che racconta come in tempo di recessione la creatività assume un ruolo più di stimolo, mostrando alcune connessioni in termini di espressione progettuale e di sperimentazione. Gli altri spazi attorno alla mostra invece, sono quasi sempre caratterizzati da troppe aziende che interpretano l’occasione in modalità fieristica di stand che da riflessioni sul vivere contemporaneo.

Tanti makers
La mostra alla Triennale finisce raccontando l’autoproduzione. Per molti giovani progettisti, oggi questa sembra una via necessaria per farsi strada in un contesto molto complesso.
È vero che, in senso lato, nel progetto o meglio nel passaggio tra lo studio iniziale e il fare il primo prototipo c’è sempre stato l’approccio all’autoprodotto - soprattutto se parli di mobili - ma in questi ultimi anni le difficoltà economiche, il dislocamento di molte aziende all’estero, le tecnologie e i tantissimi designer sul mercato hanno spinto sempre più verso una produzione artigianale, molto customizzata e che vede il designer divenire produttore. Spesso è l’unico modo per farsi notare, spesso è il solo modo per ‘campare’. Ma è un mondo difficile quello dell’autoproduzione, perché non sei solo il creativo, ma devi essere anche l’imprenditore, il venditore, il distributore e molto altro ancora.

Sostenibilità
Si ha l’impressione che da un po’ di tempo i grandi produttori e i giovani autoproduttori convergano verso orizzonti comuni, contaminandosi a vicenda e proponendo alla fine prodotti simili.
C’è un proliferare di accessori per casa che non ha precedenti: vasetti, piatti, tessuti, tappeti, superfici e incastri che esprimono la vera identità e la bellezza dei materiali di cui sono fatti. In questo modo le proprietà materiche vengono svelate e raccontate riscoprendo una relazione più sincera. Si assemblano più materiali insieme, si ricercano alternative naturali, si connettono più componenti dello stesso oggetto, si riutilizzano scarti, si riciclano sfridi per rigenerarli in nuovi materiali, c’è molta attenzione a non sprecare, all’utilizzo del necessario e basta.

È un'altra ottica, un altro punto di vista, una bella attitudine, uno stimolo verso un fare apparentemente accessibile a tutti ma, alla fine chi sa veramente sfruttare l’occasione progettuale emerge mentre il resto scompare. Ad esempio, alcuni progetti dedicati alla "social innovation" permettono di produrre in altri luoghi dove serve veramente trasformando quelle comunità in meglio. Tanta sperimentazione che bisogna un po’ selezionare tra il mare di offerte e l’incubo dell’effetto "mercatino". Alla fine dovrebbe diventare prodotto, però sappiamo che stiamo vivendo una fase di grande cambiamento e ci siamo tutti dentro, l’importante è rimanere vitali e riuscire ad accogliere tutti questi stimoli positivi che ogni anno si riversano in una Milano che si trasforma e si fa bella per questo grande evento.

*designer, sono i fondatori dello studio Intersezioni Design Integrated